2004 Alessandro Mendini

Pubblicato in Storico mostre
Alessandro Mendini
Scritti, Disegni e Oggetti
a cura di Loredana Parmesani
 
8 marzo – 29 maggio 2004

 

Palazzo Panella, Palazzolo sull’Oglio (BS)

Volume: Skira editore – Fondazione Ambrosetti Arte Contemporanea

 
La mostra, inaugurata sabato 6 marzo presso la Fondazione Ambrosetti, a Palazzolo s/O, nella sua Sede di Palazzo Panella, vuole essere un omaggio ad una delle figure più provocatorie del design italiano, l’architetto e designer Alessandro Mendini, attraverso un’ampia selezione, 200 circa, dei suoi disegni e schizzi, realizzati a partire dagli anni Ottanta ad oggi, oltre ad alcune delle più note e storiche opere della sua attività di designer e di artista, fra cui la Poltrona di Proust e cinque grandi dipinti.

Evento di punta della stagione, l’esposizione si colloca in un vasto programma che la Fondazione persegue già dalla passata stagione: l’analisi dei linguaggi prossimi all’arte, quali la moda, l’architettura, il design, la multimedialità, per ricercare percorsi nei quali l’arte possa di nuovo definirsi.

Nel caso di Alessandro Mendini, architetto e designer, ma anche pittore e sperimentatore di sé e del mondo, questa prossimità è un dato di fatto. In tutto il suo lavoro il rapporto fra il progetto specialistico dell’architettura e del design e l’ambito artistico non solo è evidente, ma è la base stessa del suo fare. Dice Mendini: “Sono un progettista che applica all’architettura e al design certi metodi tipici del comportamento dell’artista; e viceversa, sono un pittore che per dipingere usa certi metodi tipici del progetto. La mia è una attività ibrida in bilico fra queste ed altre discipline (grafica, scultura, moda, performance, critica), che trova fra di esse non una esigua linea di confine ma grandi spazi liberi dove operare.”

Se nel corso del tempo gli scritti hanno accompagnato metodicamente l’attività progettuale e artistica dell’autore, anche le sue opere grafiche e pittoriche, dai piccoli schizzi alle veloci annotazioni, sono una costante del suo pensiero e della sua ricerca e costituiscono uno scenario animato da personaggi e oggetti, filosofia e pensieri su tutto ciò che accade nell’ambito delle pratiche progettuali. Intrecciati spesso alle parole, espressi anche sotto forma di organigrammi o di poesia visiva, i piccoli e sintetici disegni di Mendini sono esposti in un allestimento volutamente povero per accentuarne la valenza di pensiero primordiale che, attraverso un’incredibile progressione, si concretizza, per la forte carica utopica e sperimentativa che racchiudono, in un corpus con caratteristiche proprie e con una energia autonoma. Una grafia ironica e penetrante capace di generare non solo le idee germinali dei suoi progetti, ma anche in grado di guardare alle cose del mondo con un’ottica psicologica, introversa e molto acuta.

I dipinti presenti in mostra, tutti del 1999, sono opere che consentono un altro scorcio sulla teoria di Mendini: “Dipingere, per me, vuol dire emettere dei segni (diretti e senza intermediari), svolgere un continuo e ‘liberissimo’ movimento del ‘mio’ pensiero visivo. Il mio ‘dipinto’ è una cosa molto diversa da quello che era il mio progetto, perché non comporta ipotesi di previsione, di organizzazione o di uso. Il compito della pittura ‘non c’è’..., la motivazione del dipinto non sta nella sua efficienza, la sua realtà consiste tutta nella bellezza con cui esso viene elaborato, nella poesia che contiene (e magari non trasmette)”. Per Mendini dunque dipingere significa liberare la propria mente nei confronti di una superficie e fare oggetti indipendentemente da una loro funzione o da un’applicabilità industriale.

Eclettico negli stili, all’insegna di una grande libertà e ricchezza compositiva, Mendini ha superato i principi del movimento moderno e delle avanguardie, per portare a compimento il postmoderno che recupera il valore della decorazione e dell’artigianato, rendendoli prioritari rispetto alla struttura razionale. Come scrive Loredana Parmesani nell’introduzione al libro Alessandro Mendini. Scritti: “le sue architetture, i suoi oggetti, tutta la sua progettazione, qualificati da uno spiccato gusto ludico, si contrappongono al concetto di moderno come categoria dello spirito elaborata nella cultura artistica, letteraria, architettonica e alla realizzazione di prodotti d’uso”.

Fra gli oggetti di design esposti spicca La poltrona di Proust - anche nella versione miniaturizzata in porcellana – del 1978 che rappresenta il primo momento in cui Mendini si è occupato del colore: un tentativo di considerare l’oggetto non come dato concluso, ma come elemento fra gli altri, basandosi più sulle sensazioni delle luci, dei materiali e dei colori piuttosto che su elementi più specificamente compositivi e progettuali, dimostrando un approccio al prodotto più letterario che formale.


  


Gli schizzi e gli appunti di Alessandro Mendini sono sempre stati una costante del suo progetto e della sua poetica. Dalla mente alla penna ed al foglio bianco, formato A4, i piccoli disegni a penna di Mendini, accompagnati da alcuni colori, si pongono come le espressioni prime e più sintetiche del suo operare.
Spesso uniti alle parole, talvolta proprio elaborati sotto forma di organigrammi, questi schizzi precisi, acuti e volontariamente non tecnici, contengono in sé l’idea, la figura basica che condurrà al risultato reale, si tratti di un oggetto, di una architettura o di un decoro. Spesso la tecnica di comunicazione è quella della vignetta dove il tema scelto viene inquadrato in sistemi teorici, e poi captato e considerato come sequenza, come sistema di immagini alternative, come successione di ipotesi e di possibilità, talvolta come catalogazione. I trenta anni di schizzi presentati in questa selezione formata da circa duecento, dei più di mille fogli, mostrano la costanza del segno e della attenzione grafica, la continua ricerca progettuale, il ricorrere del linguaggio, il latente disincanto verso le cose e la sottesa auto-ironia verso se stesso. Sembra trattarsi della formalizzazione di segni continui, tremanti, sensibili ed aggrovigliati, espressi per spezzate e per piccole ma intense concentrazioni visive, intermediazioni fra l’intimità della psiche dell’autore e lo staccarsi da essa per divenire poi oggetti destinati, appunto, ad essere parte oggettiva della realtà. Chiarificatori sono i riferimenti e gli appunti storici e culturali, che conducono a disegni metodologici e molto pensati, interessanti per il significato e l’attrattiva che determinano in sé, in quanto opere figurative autonome, anche al di là del progetto.
Un modo di operare molto simile a quello che Mendini conduce con gli scritti. Anche gli innumerevoli testi, pubblicati dalla Fondazione Ambrosetti nel libro Scritti, sono sempre stati una costante del suo lavoro che, nell’intrecciarsi delle varie e complesse componenti, non solo fanno da base teorica ai progetti ma assumono il loro proprio autonomo senso letterario.

Ecco perché questo libro di scritti e questa mostra di disegni hanno motivo di combinarsi, perché danno luogo ad una visione “romanzata” delle opere dell’autore, facendone capire il diario e la filosofia di fondo.”
 
Loredana Parmesani

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